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Endometriosi e disuguaglianze sociali: la salute NON è uguale per tutti
2018
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C’è una divisione imperfetta che attraversa i nostri tempi: le disuguaglianze sociali, economiche, di genere, cresciute inaspettatamente durante la crisi. Nella situazione mondiale attuale, con la crisi economica che non si arresta ed l’ aumento della disoccupazione, sono in particolare le donne le prime a pagarne le conseguenze, una femminilizzazione della povertà che ha ricadute sulle condizioni socioeconomiche e sul benessere psicofisico, dal momento che anche la povertà, così come l’esclusione sociale, portano inevitabilmente ad accrescere i problemi sulla salute

Nell’ultimo anno si è parlato spesso anche di “medicina di genere”; la nostra attenzione è stata catturata, nel febbraio 2017, da una risoluzione approvata dal Parlamento Europeo sulla “promozione della parità di genere nella salute mentale e nella ricerca clinica”, che citava specificamente il caso dell’endometriosi come esempio di discriminazione nella ricerca sulle patologie femminili e nel relativo trattamento. Più in generale, poi, fu un’occasione per parlare di medicina di genere e di endometriosi.

Chiariamo subito che la medicina di genere non è la medicina delle donne, bensì un nuovo approccio alle diseguaglianze di salute, legate non solo a una differente appropriatezza diagnostica e terapeutica, ma anche a diseguaglianze sociali, culturali e perfino etniche, psicologiche, economiche e politiche. La parola “genere” definisce le categorie “uomo” e “donna”, non su basi strettamente biologiche, ma condizionate da fattori ambientali, sociali e culturali, nonché sulla vita quotidiana di ogni singolo individuo, mentre con il termine “sesso” si intende la caratterizzazione biologica dell’individuo. I pregiudizi fanno male alla salute, e per capire la valenza della medicina di genere dobbiamo innanzitutto riuscire a contestualizzarci come persone prima che come pazienti. Da oltre un decennio l’A.P.E. diffonde un messaggio importante: “noi non siamo la nostra malattia”. Ebbene, il punto è proprio questo: non vale solo per i lancinanti dolori, per la maternità che tanto abbiamo desiderato o per gli anni persi, ma vale per ogni singolo momento della nostra vita che spendiamo su questa terra, camminando per strada, sul posto di lavoro, respirando, mangiando. Il raggiungimento della salute non può quindi prescindere da un approccio “olistico”, cioè “tutto, intero, totale”, dove il benessere non è riducibile alla somma delle parti di cui è composto, ma è il sistema stesso in generale che può determinare il comportamento di tutte le parti coinvolte!

Anche secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, la salute non è solo una questione biologica, che definisce «uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente l’assenza di malattie». E’ facile quindi immaginare come anche le diseguaglianze sociali si possano tradurre in diseguaglianze di salute, spesso trasmesse in maniera intergenerazionale, che determinano e rinforzano a propria volta un circolo di diseguaglianze di opportunità, di reddito e rango sociale. Per capire quanto l’approfondimento delle tematiche che riguardano il contesto in cui viviamo non sia più rinviabile, basta pensare che esiste una frontiera della biologia che si occupa proprio di questo: di scoprire ad esempio che non siamo solo quello che mangiamo, ma anche quello che mangiavano i nostri nonni, cioè che proprio attraverso il cibo, ad esempio, introduciamo nel nostro corpo informazioni che cambieranno il nostro aspetto fisico, i nostri gusti, la nostra salute. Secondo questa recente branca la paura stessa, i gesti affettuosi o i sentimenti profondi possono cambiarci anche dal punto di vista fisico; quindi è immaginabile come anche la stessa incidenza di fattori ambientali e contestuali abbiano a propria volta ripercussioni differenti.

Un accesso diseguale alle risorse, abbinato ad altri fattori sociali, si traduce in disparità di rischi per la salute, in difficoltà di accesso alle cure e ai servizi sanitari. Ciò implica per le donne specifici problemi, soprattutto in riferimento alla salute sessuale e riproduttiva, anche se la scienza ha ormai dimostrato che le differenze biologiche tra uomini e donne vanno ben oltre gli organi della riproduzione, e nelle prossime righe ne chiariremo il motivo.

I tempi si direbbero maturati, eppure le diseguaglianze di genere sono un argomento attuale nella nostra dimensione sociale: gli stessi media e social ci “abituano” ad una visione distorta della figura femminile, fatta di stereotipi, discriminazioni, anche negli stessi ambiti lavorativi (dove gli stipendi/ruoli tra uomini e donne non sono ancora parificati), per poi sfociare in eccessi quali le note violenze di genere che ci raccontano i TG ogni giorno. Come può tutto questo non influenzare le condizioni di chi direttamente o indirettamente ne è coinvolta?

Qualcuno in passato disse “La salute non è tutto, ma senza salute tutto è niente” (A.S.), probabilmente quindi, è proprio la medicina il primo passo verso una strategia che affronti in modo concreto le diseguaglianza. In effetti uno dei temi più sentiti, in questo ambito, è proprio la promozione della ricerca differenziata in base al genere, garantendo parità di trattamenti e accesso alle cure.

Oltre a costituire oltre la metà della popolazione europea, le donne sono anche le primarie consumatrici di farmaci, eppure la ricerca biomedica, ad esempio, continua a fondarsi sul tacito presupposto che donne e uomini siano fisiologicamente simili in tutto tranne che nei sistemi riproduttivi, trascurando altre differenze biologiche, sociali e di genere che invece influenzano in modo significativo la salute. Un esempio in tal senso è quello del dolore: nelle donne il dolore è più frequente e più intenso e gli antidolorifici risultano meno efficaci sulle donne che sugli uomini. In molti casi le strategie preventive e curative sono applicate alle donne dopo essere state testate esclusivamente su uomini, potenzialmente con effetti limitati se non addirittura controproducenti.

 

Di medicina di genere si parla dalla fine degli anni Novanta, ma solo dal 2008 si sono evidenziati i maggiori progressi, sia per quanto riguarda l’impegno delle maggiori istituzioni sanitarie nazionali, sia riguardo a specifiche attività attuate dalla gran parte delle regioni. Lo stesso approccio al sistema sanitario è per così dire “neutrale” rispetto al genere, anche se da circa un mese la Regione Emilia Romagna è stata la prima ad approvare un “Bilancio di genere regionale e Linee guida per l’implementazione del bilancio di genere nei Comuni”. Si tratta di uno strumento previsto dalla legge per la parità e il contrasto alle discriminazioni di genere (Legge regionale 6/2014), che utilizza l’elaborazione di dati, statistiche e analisi centrate sulla parità e sul contrasto alle discriminazioni di genere. L’elemento di novità, rispetto all’ultima edizione, è la nuova metodologia utilizzata: l’approccio “ben-essere”.

Questo ci suggerisce che solo un’educazione diffusa ed una raccolta sistematica e adeguata di dati, scientificamente accurata e acritica, potrà garantire un’efficace definizione delle strategie in tale ambito, a livello regionale e locale, e adeguare così l’attuazione di future normative di cui ancora oggi si sente troppo la mancanza.

(Sara Beltrami)

Questo articolo è stato Pubblicato sul Pungiglione n.49 di Giugno 2016 il notiziario dell’A.P.E. Onlus, scopri QUI come abbonarti!

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Fonti: Parlamento Europeo 2014-2019, Documento di seduta – Relazione sulla promozione della parità di genere nella salute mentale e nella ricerca clinica (2016/2096(INI)) Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, Relatore: Beatriz Becerra Basterrechea; “Medicina di genere: a che punto è l’Italia?” Signani F ; “Genomica sociale. Come la vita quotidiana può modificare il nostro dna” di Redi C.A., Monti M.; “Le carezze cambiano il DNA. Il segreto dell’epigenetica” di R. Giacobbo; Sito Pari Opportunità Regione Emilia Romagna

 

 

 


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